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Un morto che non è morto invano

Questo è un articolo del deputato Oddino Morgari in ricordo di Matteotti, comparso il 25 giugno 1924 sulla rivista Echi e Commenti (diretta da M.Loria e dove Matteotti ha scritto il suo ultimo articolo) che ho rintracciato durante le ricerche per la Mostra della Fond.Kuliscioff. Ed è un po' "diverso" dai soliti discorsi commemorativi, ma proprio per questo nella sua ironia lo trovo bello. (Marina Cattaneo)

Un morto che non è morto invano
“Poteva vivere delle sue rendite in ozio e in svaghi – scrive la “giustizia” – o dedicarsi in quei diletti dell’arte a cui il suo spirito fine era aperto e sensibile, oppure darsi il lusso della politica sull’altra sponda e ora sarebbe deputato della maggioranza e porterebbe forse una divisa di Ministro secondo l’ultimo figurino della restaurazione.
Invece ha perduto i suoi milioni e non possiede letteralmente più nulla, nemmeno per ora, un lenzuolo funebre ed una tomba dove posare le ossa.
“Milionario!” – gli gridavano alla Camera e nei giornali molti microcefali o microcardiaci e non di rado imbroglioni che si proclamano italianissimi, intendendo di dire tutta la loro incredulità che il suolo della patria avesse potuto esprimere un essere sì stolido che, essendo ricco, badasse ai poveri per vie diverse dalle consuete dell’elemosina e delle parole malate. Questo facinoroso chiamava la plebe a riunirsi in un partito per ricavare una forza da un grande numero di debolezze individuali, e per rivolgerla a reclamare un più equo assetto della convivenza civile. E si permetteva financo di predicare la fratellanza fra i popoli! Sputi all’”antinazionale”! Eja, alalà!....
Nel banchetto della vita dove sedeva al tavolo d’onore per diritto di nascita, questo degenerato faceva dei cenni di mano inquietanti a dei pretesi “compatrioti” rassegnati da secoli a restare sotto il tavolo insieme al cane per rosicchiarvi delle ossa. – “Milionario” – gridavangli i patrioti del piano di sopra volendo dire “Krumiro”. Un giorno alcuni di questi ultimi lo “tolsero dalla circolazione” quando parve certo che egli stesse per dare la prova del loro nitido patriottismo in una pubblica seduta parlamentare.

* * *

Nato a Fratta Polesine il 22 Maggio 1885, suo padre fu un instancabile lavoratore e sparagnatore di danaro, in gioventù “battirame” e poi per gradi prodigiosamente arricchitosi con acquisti di terreni. Per quale oscura reazione psichica Giacomo Matteotti, seguendo l’esempio dei suoi fratelli, morti in giovine età, si era iscritto al partito socialista appena diciannovenne e vi era rimasto fermissimo fino alla morte?
E da qual fonte tanta tenacia? Ereditaria, per un lato, e poi perché – come scrive ancora la “Giustizia” – “chi vive il socialismo delle plaghe rurali, dove esso sembra assumere un’anima virginia, un profumo di sincerità, quasi religioso, ne porta seco per tutta la vita un’impronta che non si cancella…
Un viso glabro di pastore protestante. Degli occhi strani, chiari, con riflessi quasi metallici. Esile di petto, ma tuttavia agile, energico e resistentissimo al lavoro. Un’abituale piega in giù delle labbra gli dava un’espressione di ironia altezzosa – quando ad esempio alcuna cosa si svolgeva a dovere nell’ambito del partito – il suo riso era aperto e il suo volto si trasfigurava. Ricompariva lo “scugnizzo” vivacissimo di tanti anni avanti, con un concetto suo, di idee sue, adorate dalle folle del nativo Polesine per la sua audacia e per l’originalità.

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Disse di lui Turati : “ Era il più forte e il più degno..” . Temperamento di combattente armato di ingegno e di dottrina, era l’animatore: agiva, si affaticava e rischiava per tutti.
Si rintanava nell’indecente e lillipuziano locale dov’è di casa in Roma la direzione del Partito socialista unitario, ridotto dal fascismo in condizioni di miserabilità, e vi lavorava gratuitamente quale Segretario quattordici ore per giorno, l’inverno senza stufa e col pastrano indosso.
Quindi rientrava in seno alla famiglia, al qual proposito diceva talvolta agli intimissimi: “appena giungo in casa, non faccio che buttarmi sul tappeto e gioco coi miei bambini”…erano tre, e tutti assai piccolini, fra i sei mesi e i quattr’anni. Matteotti li adorava come era anche innamoratissimo della propria donna, che custodiva per sé, interamente estranea alle cose politiche.
A camera aperta passava le sue giornate entro il palazzo di Montecitorio, operando e spingendo: Fare, fare, fare: era la sua febbre. Qua e la per le sale l’osservatore poteva raccogliere dei dialoghi caratteristici. Un deputato faceva notare a Matteotti:
- Sei un dispettoso!...
- - Che t’ho fatto?!
- Son qui che fumo un mezzo toscano, uan delle poche felicità della vita, e vuoi mandarmi in biblioteca per farvi delle ricerche.

Tre o quattro “compagni” poltrivano da un quarto d’ora nella“farmacia” ragionando della politica corrente, quando udivano approssimarsi dei passi rapidi e concitati.
- Arriva la “ tempesta” - esclamavano.
Arrivava Matteotti che non poteva tollerare il colleghi inattivi

* * *

Fu un “eroe”? è una “martire”? Si abusa molto di queste “parole di prima classe” che d’altra parte l’opinione della nuova era riserva per coloro che compiono atti di valore militare, in un ebbrezza di muscoli e di nervi, idealisti decisi a sacrificare la vita, o antiche belve i cui istinti mortificati dall’epoca civile si son ridesti all’odore del sangue.
Sebbene coraggiosissimo, Matteotti non incitava alla violenza e non ne usava. L’aveva tanto derisa nei pappagalli del rivoluzionarismo, e aveva troppo alto il senso della responsabilità. Egli voleva che si contendesse il terreno alla reazione in forme lecite, ma palma a palmo. Al diritto calpestato chiedeva si opponesse il tentativo incessante di esercitare il diritto, e ne dava l’esempio, pagando di persona in quantità di avventure un po’ dovunque nel paese.
Agli amici che affluivano dalla provincie, esponendo le situazioni locali insostenibili, egli diceva il dovere di rimanervi abbarbicati senza iattanza, ma fino al punto di lasciarvi la vita. – “Forse io stesso uno di questi giorni – accennava – non sarò più tra voi….”.
Dopo il suo discorso del 5 giugno alla Camera previde più nettamente la fine, quando al collega Casattini, che lo complimentava per la sua fierezza, rispose: - Ora mi fate le congratulazioni; ma fra non molto in quest’aula farete la mia commemorazione funebre”…
E non è ancora di dominio pubblico, che ai suoi pugnalatori gridasse : - “Voi mi uccidete, ma la mia idea non muore..”

* * *

L’On. Grandi ha testè assicurato in Bologna che l’odierno Caporetto fascista avrà il suo Piave e il suo Vittorio Veneto.
Non lo crediamo.
In un recente discorso alla camera, l’on. Gonzales ebbe a dire che “a causa della dittatura fascista, girano per la penisola dei fantasmi: la libetà, la democrazia, il socialismo. Senonchè – aggiunse l’oratore degli unitari – il principe di Metternich, che di queste cose aveva pratica, in una sua lettera a Radetzky ammoniva che di questi fantasmi si può morire…”.
Ieri ne è morto Matteotti. Egli però non sarà morto invano. L’eco del dramma ha rotto l’incantesimo, metà fatto di paura e metà d’ammirazione, che il fascismo era riuscito a gettare nelle menti di larghi strati della nazione. Un uccellaccio grifagno ha ricevuto piombo nell’ala.
Non cadde subito pel forte slancio iniziale, ma, come i cacciatori sperimentati sanno, andrà a cadere centro metri più in là oltre………

ODDINO MORGARI-
Deputato al Parl.
Un morto che non è morto invano, Echi e Commenti, Oddino Morgari
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