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Anche la cultura laica ha l’elenco degnissimo dei suoi santi

Il 90° del martirio di Giacomo Matteotti di Ildo Testoni
da La Settimana di Rovigo del 26 gennaio 2014 pagina 17

Ricorrendo quest’anno - 2014 - il novantesimo del martirio di Giacomo Matteotti, la gente polesana ricorda una pagina di storia che esalta l’anelito di un valoroso martire conterraneo e condanna la barbarie del regime totalitario fascista.
Il mio ricordo di G. Matteotti risale a quando frequentavo la scuola elementare e rimasi sconcertato dall’atteggiamento di una maestra. In quel 1939 frequentavo la terza classe elementare; il fascismo imperante era all’apice. Come di consueto l’anno scolastico doveva terminare con un grande saggio ginnico nel campo sportivo di fronte alle autorità civiche e al segretario del fascio. Tutti in divisa con il fez nero in testa. Tutti in divisa con il fez nero in testa. Le prove si dovevano sostenere il sabato pomeriggio detto “Sabato fascista”. Noi di Santo Stefano ci recavamo nelle scuole del capoluogo per unirci con i compagni melaresi.
Un sabato sentii una maestra dire sprezzantemente ad un bambino che si chiamava Matteotti: “Avanti tu con quel brutto nomaccio, mettiti in fila”. Mi resi conto, nonostante l’età, dell’umiliazione subita da quel compagno. Il lunedì successivo, in classe, chiesi alla maestra perché quel nome fosse tanto brutto; la maestra rispose che Matteotti era stato un sovversivo, nemico della Patria, un sabotatore che incitava il popolo al disordine. Era talmente pericoloso pronunciare quel nome che anche i capi storici marxisti che abitavano lungo la mia strada si guardavano bene dal parlarne durante i filò nella stalla anche perché il padrone della stalla aveva impedito loro di parlare di politica per non avere rogne con le autorità fasciste.
Finita con la guerra anche la dittatura, di Matteotti si cominciava a parlare liberamente. A Santo Stefano il ricordo del grande martire era particolarmente vivo, memori del discorso che fece in gran segreto dai fascisti nel marzo 1924. I fascisti lo braccavano cantando questi ritornelli: “Caro Matteotti preparati la fossa perché il fascio del polesine ti spaccherà le ossa!“ “Fascisti e socialisti giocarono a scopone e vinsero i fascisti con l’asse di bastone, botte e sempre botte al bolscevico traditore della Patria!” “Caro Matteotti bolscevico e borghese saranno i fascisti del polesine a mandarti nella bara a quel paese!”. E altri insulti ritmati a ritornello.
Ritornando alla presenza segreta di Matteotti a Santo Stefano, i presenti, venuti a conoscenza che a Lendinara un fascista, durante un dibattito con Matteotti, non sapendo tener testa alle sue argomentazioni gli puntò contro la rivoltella, commentavano sotto voce il fatto. A Lendinara Matteotti aveva messo in evidenza la miseria e lo sfruttamento degli operai braccianti, quando per pochi soldi e magari solo per un fiasco di vino o latte erano costretti a lavorare tante ore, A quelle parole fu tutto uno scroscio di applausi e di evviva. Improvvisamente sopraggiunsero altri fascisti armati che fecero scappare tutti i presenti impauriti.
Quella sera il martire parlò nelle vecchie scuole di Santo Stefano di proprietà della famiglia Merchiori (erano gli avi del dott. Fausto Merchiori già sindaco di Rovigo) che in seguito furono segnati a dito dai fascisti per aver dato ospitalità ai socialisti. Quella sera era presente la folla delle grandi occasioni. Quei poveri emarginati vedevano Matteotti come un messia, il redentore dei loro problemi.
Da tanta venerazione si spiega la volontà popolare di imporre ai propri figli il nome Matteotti. Nel suo intervento Matteotti ha evidenziato come nelle ultime elezioni i fascisti abbiano sabotato i seggi con angherie e soprusi costringendo gli elettori, anche con il manganello, a porre nell’urna le schede già votate per loro.
Questo spiega perché i fascisti hanno avuto parecchi eletti in Parlamento. Segno che ormai la libertà e la democrazia stanno per essere affossate. Ha continuato dicendo che gli obiettivi sociali si ottengono lottando nella libertà e democrazia, per cui si andrà incontro a tempi brutti in dittatura.
Aggiunse: Capisco il vostro astio ma invito a non compiere atti vandalici perché incendiare fienili, biche e tagliar viti crea sempre miseria; ed anche compiere atti sacrileghi nelle Chiese favorisce ed aumenta l’odio fra concittadini. Parlò anche della Rivoluzione Russa che scatenò fra gli individui gli istinti più barbari portando a compiere atti disumani e a tanto sangue versato. Ricordò anche il Congresso socialista di due anni prima a Livorno dove l’ala di sinistra si staccò dal partito e con Gramsci fondò il PCI formando una nuova dittatura.
Ribadendo la celebre frase “I socialisti con i socialisti e i comunisti con i comunisti”.
Parlò inoltre della marcia su Roma quando il Re Vittorio Emanuele III non ascoltò il consiglio dei generali dell’esercito che volevano dare l’assedio alla città.
Mentre Matteotti pronunciava il suo discorso emerse tra i presenti un muto segno di disapprovazione perché l’odio di classe e l’anti clericalismo erano viscerali. Molti tra i presenti avevano aderito al PCI; erano presenti anche alcuni che avevano frequentato, ai primi del secolo, il circolo anarchico di Ostiglia e furono i promotori della contestazione, alcuni anni prima, della processione del “Corpus Domini” che tanto dolore aveva recato al parroco Don Luigi Cuccolo.
Tuttavia l’incontro finì con tanti applausi ed evviva e Matteotti prima di congedarsi strinse la mano a tutti infondendo coraggio. Nessuno, in quel momento, avrebbe pensato che dopo due mesi, il 10 giugno, sarebbe stato assassinato.
Questi sono ricordi impietosi della nostra storia.
A Santo Stefano i pochi che possedevano la bicicletta (per molti era ancora un lusso) si recarono a Fratta Polesine ai suoi funerali.
All’andata i fascisti ebbero uno spiraglio di umanità, non li molestarono, ma terminata la cerimonia li perseguitarono per tutto il ritorno rompendo le biciclette e facendo loro inghiottire bottigliette di olio di ricino.
La libertà che noi oggi godiamo è costata cara a quelle eroiche generazioni.
Io propongo all’Amministrazione Comunale di ricordare tale evento a futura memoria con l’apposizione di una targa ricordo sulle vecchie scuole di Santo Stefano.
Mi sovviene anche in questo momento una frase del grande Vescovo di Molfetta mons. Tonino Bello, di cara memoria, che in un’intervista quando gli chiesero del suo conterraneo il socialista Salvemini rispose. “Anche la cultura laica ha l’elenco degnissimo dei suoi santi”.
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