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Documenti della Storia: “Matteotti” di Vera Funaro Modigliani


[Fonte: Vera Modigliani, “Esilio”, Garzanti, Milano 1946, pp. 5 ss.]

Tutto in lui era elegante e signorile. Aveva la mano lunga e un po’ scarna, ma non ossuta. Nel gesto, la teneva aperta, distesa, le dita un po’ discoste, in modo che se ne poteva vedere l’intera sagoma. Erano, le sue mani nette, mani pure. La testa, sul collo piuttosto esile, non era grande. Non so se obbedisco ad una suggestione postuma dicendo che non rivelava, più dall’usato, la propria struttura ossea: il teschio, dalla fronte alta, leggermente elevato sul vertice; le orbite infossate; la forma della nuca appena coperta dai capelli neri, non folti, un po’ crespi; le gengive che scoprivano nel sorriso i denti bianchi e sani, dai canini appuntiti. Povero teschio martoriato, calpesto! Era in Matteotti, nella fronte, nel colorito, nei capelli un po’ grigi alle tempie, qualcosa di precocemente invecchiato, forse sui libri, forse consunto da una fiamma di passione contenuta. Ma era giovanissimo nella figura sottile e slanciata, nell’agilità delle membra, nell’espressione del sorriso e degli occhi. Gli occhi di Matteotti! Splendenti, radiosi. L’iride di un colore blu zaffiro, incastonava la pupilla nerissima ed aveva veramente lo splendore di una pietra preziosa, senza averne la durezza.

*Foto: Vera e Giuseppe Emanuele Modigliani con il sindaco di New York, Fiorello La Guardia (1934)

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Firma R L (Rata Langa ? -> Gabriele Galantara ?)

Di seguito, l’eloquente prima pagina


Dall’articolo di apertura:

“Ancor oggi, quando l’anima è avvelenata e il cuore affranto, ancor oggi dobbiamo adoperare in questo foglio le nostre armi di lotta: lo scherno, la satira, l’ironia, il disprezzo. Quanto volentieri vorremmo tacere nel nostro dolore! Quanto vorremmo non affrontare questa tremenda contraddizione di scrivere come scriviamo mentre nella nostra mente tumultuano ricordi tristi e visioni tragiche e mentre nella nostra penna spuntano solo maledizioni! Ma ricordiamo anche quando, con quel suo sorriso aperto e buono degli uomini di acciaio, Giacomo Matteotti ci incoraggiava, ci incitava in qualche ora di dubbio, a lanciar nella mischia questo nostro giornale, a perseverare, a non stancarci come mai Egli non si stancava…”

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